La mafia della finanza

La mafia della finanza

Viviamo nell’era dell’esasperazione finanziaria e della ricerca del potere con ogni mezzo apparentemente civile. Viene spontaneo chiedersi se l’influenza mafiosa ha contagiato il sistema dell’alta finanza o se non sia stata questa, in un certo qual modo, una parte responsabile delle sua nascita o della sua diffusione.

Quando ascoltiamo la parola “mafia” le prime immagini che, probabilmente, siamo abituati realizzare nella nostra mente, sono scene di attentati. Siamo stati abituati a personificare avvenimenti ed azioni nelle figure di individui poco raccomandabili, un po’ come nei film di gangster italo-americani.
Col tempo la figura del mafioso ha cambiato le proprie sembianze, ridefinita dall’abito, dal colletto bianco e dalla cravatta. La mafia ha, per così dire, modificato il proprio aspetto ed il colore: da nero a bianco. Potremmo usare un eufemismo: oggi è addirittura trasparente. Esiste ma, ormai, insiste ovunque: non si vede, si nasconde dietro le leggi e non si sporca le mani: le fa sporcare a propri adepti.

Le guerre moderne di fondano soprattutto sulle politiche finanziarie, oltre che sulle crisi e sul terrorismo. Per controllare le nazioni e influenzare o, persino, sovvertirne i governi, è sempre entrata in gioco la finanza come mezzo di corruzione: gli accordi con politici accondiscendenti e con la delinquenza locale sono stati la strada preferibilmente intrapresa per lo scopo, sfruttando la debolezza umana della brama di potere.

Dall’influenza finanziaria straniera e dagli accordi con la massoneria, derivò la questione meridionale italiana, per mezzo della “decadenza indotta” del Sud Italia a vantaggio del Nord. La massoneria inglese “finanziò” l’unificazione d’Italia appoggiando fondamentalmente Garibaldi e Cavour, nell’ottica del reciproco aiuto tra massoni: le scelte e gli indirizzi politici a livello nazionale ed internazionale non possono prescindere dagli accordi presi con l’alta finanza e con chi favorisce i cambiamenti purché si traggano ritorni economici. Gli stessi primi governi post unificazione d’Italia furono composti da personaggi appartenenti alla massoneria allacciati con l’alta finanza.

Dunque, è d’obbligo chiedersi da dove derivi lo sviluppo della mafia. Apparentemente, potrebbe sembrare un fenomeno che dal basso si è ramificato negli affari sino a raggiungere i centri alti del potere e delle decisioni governative. In ragione dell’impoverimento del Sud e per la naturale sopravvivenza umana, si è dilagata una cultura “distorta”: la considerazione della delinquenza e della corruzione come i mezzi necessari per il riconoscimento dei propri diritti, che lo Stato non garantisce. La figura dello Stato, svuotata di valore, è divenuta, quindi, l’emblema dell’inefficienza e dell’inaffidabilità, se non addirittura la causa dei problemi dei cittadini. Il vortice innescato dalla corruzione è una conseguenza della cultura dell’inciviltà e delle irregolarità che non è un’esclusiva del Sud, perché diffuso ovunque. Nella logica perversa di una politica fatta di caste e poteri forti, non fa alcuna differenza essere a Sud o a Nord (se non per i benefici che tutt’oggi sono ad appannaggio del Nord!), se la cultura della trasgressione delle regole viene vista come opportunità. Per questo l’alta finanza ha le sue buone responsabilità per aver favorito l’allontanamento dei cittadini dalla fiducia verso le istituzioni.

Sono processi di mutazione civile e politica che si sviluppano nel lungo periodo, che riguardano anche generazioni e che sono i più complicati da scardinare, soprattutto quando il disinteresse verso la cosa comune è forte.

La presa di coscienza di una rivoluzione culturale parte essenzialmente dal basso ma il cambiamento è fortemente osteggiato dai poteri forti nazionali asserviti a quelli della finanza internazionale e globale, che minano fortemente i diritti fondamentali del cittadino. Una storia che si ripete, la cui esperienza ci fa intravvedere quelli che potrebbero essere i nefasti futuri sviluppi. Un chiaro riferimento va la prossimo referendum costituzionale e alle ragioni del NO per contrastare una bruttura legislativa che la stessa finanza internazionale alimenta insistentemente.

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