Riqualificazione del personale come infrastruttura

Siamo, ormai, abituati dai media ad ascoltare notizie
di economia a dir poco altalenanti: un giorno cresce il PIL, il giorno seguente
la pronta smentita; mentre assistiamo ad un incremento dell’occupazione,
prontamente si parla di precariato. “Come stanno veramente le cose?”: è l’interrogativo
più calzante, visti i risultati degli ultimi governi.

Che l’Italia non abbia investito nelle infrastrutture
a medio e lungo termine, non c’è ombra di dubbio, in controtendenza rispetto
agli altri più blasonati partner europei!

Ed in termini di occupazione? Si parla tanto di elevato
tasso di occupazione giovanile ma non deve assolutamente trascurarsi il
disoccupato di mezza età (lavorativa) che non trova più collocazione sul
mercato.

Ad esempio, con l’istituto della NASpI (Nuova
Assicurazione Sociale per l’Impiego) viene assolutamente travisato il
senso del sostegno al reddito che, invece, va ad inquadrarsi nel puro “assistenzialismo
temporaneo”: quanto di peggiore si possa pensare per rimediare alla crisi
economica di un sistema! Diversamente, in altre nazioni europee, questo tipo di
“soccorso” economico è affiancato dalla riqualificazione del personale. Oggi,
in Italia, oltre a creare le condizioni per i giovani (tra l’altro disposti a trasferirsi
avendo maggiori possibilità di inserirsi altrove), occorre una politica seria
di ricostruzione strutturale che può essere rappresentata dalla
riqualificazione del disoccupato o di chi rischia la disoccupazione per
difficoltà oggettive di mancanza di conoscenze. Quanti disoccupati, quando hanno usufruito della NASpI, hanno di fatto
ricevuto una convocazione a momenti formativi?

Pertanto, oltre a far si che in Italia riparta la
macchina delle grandi infrastrutture, è necessario che questa percorra
obbligatoriamente anche quella della riqualificazione del personale affinché sia una risorsa reale al
passo con l’evoluzione tecnologica e abbia un concreto riscontro nel tessuto sociale.

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